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PD, Un congresso per prepararci alle sfide che ci attendono
da Sardegna24 26 Ottobre '11, mercoledì
Tra poco più di un anno - nel breve volgere di 12 mesi tra il marzo del 2013 e il febbraio del 2014 - affronteremo due sfide elettorali decisive per il futuro della Sardegna e del nostro paese.

Sul Partito democratico, sul ruolo che saprà svolgere come guida della coalizione progressista alternativa al centro destra, si concentrano le attenzioni di quella larghissima parte della società sarda che non vuole rassegnarsi al declino economico, sociale ed etico indotto, anche nella nostra isola, dalla lunga notte del berlusconismo.

In Sardegna, la stagione di importanti riforme aperta dal centro sinistra nel 2004, ha lasciato il posto ad una amministrazione di centro destra incapace di difendere gli interessi della Sardegna nei confronti del Governo nazionale, privo di un progetto condiviso e di una qualsiasi politica o proposta di riforma in grado di alleviare le conseguenze drammatiche di una crisi economica e finanziaria che, partita da lontano, colpisce oggi pesantemente anche la Sardegna.

Il Partito democratico, anche in considerazione di questo scenario, ha previsto, con un ordine del giorno approvato lo scorso 26 marzo dalla direzione regionale, la celebrazione di una assemblea programmatica per portare, in tempi brevi, una propria proposta alla società sarda che abbia la capacità di alimentare le speranze di una svolta e rappresentare un’occasione di confronto e di dialogo.

Il punto di arrivo del percorso delineato da quell’ordine del giorno, doveva essere quello di un congresso fondativo di un partito autonomo, collegato al Partito Democratico nazionale da un patto confederativo, da svolgersi entro il mese di gennaio 2012 o al più tardi entro l’estate successiva.

Ora nel PD sardo sembra prevalere la tesi, assai poco convincente, secondo la quale un Congresso fondativo non debba mettere in discussione gli attuali organismi dirigenti.

Ma un congresso fondativo ha senso solo se diventa un’occasione per allargare la partecipazione coinvolgendo stabilmente nuove persone, soggetti politici o realtà associative alla vita del nuovo partito.

E’ difficile immaginare che possa essere attrattivo un percorso fondativo di un partito “fortezza” dove tutti i posti sono già occupati e le decisioni sono già prese.  

Il rischio che si profila concretamente all’orizzonte è quello di un percorso programmatico che scivola via senza discussione e senza traccia rinviando ogni confronto vero e partecipato a quando non servirà più, ovvero, dopo le scadenze elettorali.  Ma forse è proprio questo l’obiettivo che si vuole raggiungere.

Il 2012 è l’ultima finestra temporale, per il PD sardo, entro la quale svolgere il Congresso.  Trascorso questo periodo ogni momento decisionale allargato slitterebbe a dopo l’estate del 2014.  Nel 2013, infatti, ci aspettano in rapida sequenza due semestri “bianchi”: le elezioni politiche nel marzo del 2013, le primarie per la presidenza della Regione nell’estate successiva, le regionali nel febbraio del 2014.

Certo le elezioni politiche anticipate alla prossima primavera richiederebbero un rinvio tecnico di pochi mesi, ma se davvero vogliamo immaginare un partito del tutto autonomo rispetto al Partito democratico nazionale, non possono che essere i soggetti promotori del nuovo PD sardo ad assumersi pienamente la responsabilità di quando e di come svolgere il Congresso.

Un Congresso con queste premesse non potrà mai essere una conta tra vecchi gruppi dirigenti, ma viceversa l’occasione per aprirci, rimescolarci, far camminare le nostre idee nella società e tra la gente, per prepararci nel modo migliore alle sfide che ci attendono.

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I commenti:

sandra scano
sandrascano@libero.it »
Mercoledì 26 Ottobre 2011, 20:27:00
Concordo sulla necessità di una assemblea programmatica aperta al confronto e sul fatto che che il calendario della politica imponga alla stessa scadenze precise. Anche se il quadro politico , economico e sociale sarebbero, da soli, motivo sufficiente per accelerare i tempi. Nel partito i molti fermenti nazionali e locali ( Firenze, Bologna...Baradili) ci raccontano di una moltitudine di dirigenti, amministratori e militanti che si incontrano per prendere la parola:in queste sedi spesso i temi e le prospettive sono vive e vicine alle aspettative e ai problemi della società. Perché tutto questo diventi un percorso realmente produttivo all'interno del partito, credo che il passaggio attraverso il congresso sia necessario. E sottolineo la tua affermazione:"E’ difficile immaginare che possa essere attrattivo un percorso fondativo di un partito “fortezza” dove tutti i posti sono già occupati e le decisioni sono già prese."
A meno che il più grande partito dell'alternativa preferisca fare da sgabello
al nuovo che avanza piuttosto che esprimerlo.

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